Preghiera comunitaria - 5° incontro anno pastorale 2025-2026
- Fopponino Milano
- 1 giorno fa
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Qui puoi trovare il testo della preghiera del quinto incontro di preghiera comunitaria mensile di quest'anno.
Ti aspettiamo martedì 10 febbraio 2026, alle 19, nella cripta della chiesa sotto l’altare maggiore
Parrocchia S. Francesco d’Assisi al Fopponino
in preghiera
Sia Fatta la Tua Volontà

“La Vittoria ” René Magritte ( 1939) - Collezione privata dal 2003
“ Liberi “
ENTRIAMO IN PREGHIERA
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo
(facciamo un segno della croce ampio, che prenda il nostro corpo come un abbraccio)
Continuiamo il nostro cammino per esercitarci in quel silenzio che apre alla possibilità di stare con il Signore. Silenzio intorno a noi, silenzio nel nostro incessante pensare, un corpo che si fa docile e si abbandona alla posizione che sente sua, libero di dirsi il nostro “grido interiore”. Ecco che ora siamo davvero nudi davanti al Signore. Nudi, autentici, quello che siamo, davanti a Dio.
E allora possiamo provare almeno a socchiudere la porta del nostro cuore. Vittoria!
Vittoria … il titolo del quadro di Magritte che ci accompagna questa sera, vittoria è quello che Magritte sente per avere trovato il coraggio e l’umiltà di socchiudere la porta. La porta è luogo di passaggio tra due mondi, soglia tra ciò che sta al di qua e ciò che sta al di là, tra il manifesto e il mistero. È, in questo quadro, il punto di congiunzione tra cielo e terra e tra cielo e mare.
La porta prende forma, come se si materializzasse, in basso dalla terra e in alto dal cielo. La maniglia invece, ciò che apre (o chiude) la porta, ha una sua propria consistenza, proietta la sua ombra dimostrando di essere reale. Ma anche la porta, aprendosi, lascia un solco sulla sabbia e schiaccia alcuni fili d'erba. È dunque un'entità che si è materializzata a tutti gli effetti. È un passaggio che si concretizza, diventa reale, anche se in un luogo che sembra far parte del mondo onirico.
E da questa vera porta, veramente socchiusa, di fronte al nostro vero arrenderci e lasciare che sia, la nuvola entra in punta di piedi, Dio può finalmente manifestarsi.
Come la nuvola dell’Esodo Dio si fa ombra nel caldo assolato, luce nella notte, nascondiglio dai nostri timori, guida al nostro cammino; la nube del Signore arriva a proteggere, a consolare, a posarsi sul capo per benedire. Ci basta sentirla… Ci basta, si ci basta lo stare, felici di stare, all’ombra di Dio, alla Sua presenza.
Percepirne la presenza, forte e amante, chiarissima al di là di ogni parola.
Diceva Silvano Fausti
“Per la preghiera ho avuto un grande guru. Era un pastore tedesco che si chiamava Lea e veniva da me e si metteva lì per ore davanti, e stava lì così, contento di essere lì. Così la preghiera è lo star davanti a Dio come il mio cane stava davanti a me: contento di essere lì. È la gioia proprio di stare alla presenza, di quella presenza che fonda la tua esistenza, l’esistenza di tutto, perché è la presenza di Dio.”
A volte abbiamo paura del totale abbandono, di aprire o anche solo socchiudere la nostra porta dell’anima. Abbiamo paura di scoprire cosa entrerà da quella porta, abbiamo paura del silenzio e del mistero. A volte vorremmo chiudere con tutto e tornare ai rassicuranti rumori che ci distraggono, con l’idea di essere più sicuri mettendo un confine tra ciò che è tangibile e ciò che è mistero, tra ciò che controlliamo e ciò che si muove come nube leggera.
Ma chiudendo la porta verrebbe lasciata fuori anche la nostra verità, che solo lo sguardo di Dio può rendere manifesta. Non vale forse la pena di affrontare questa porta aperta, con tutto quello che ci aspetta?
Di fronte al Signore, ora, e invocando lo Spirito Santo preghiamo:
“Signore, tu che solo conosci la mia verità, aiutami a stare nel silenzio, nudo, davanti a Te e lasciare che Tu possa entrare nel mio spazio difeso e nascosto facendo luce. Tienimi vicino perché io possa stare, semplicemente stare alla Tua presenza e lasciare a Te per una volta la parola, tacendo le mie per un poco. Converseremo poi, lo so. Ma ora dammi di poterti ascoltare.
Facciamo silenzio dentro di noi e lasciamo che lo Spirito ci abiti
Prima di entrare nel testo biblico chiediamo la grazia per questa preghiera
“Spirito Santo, aiutaci a guardare noi stessi con gli occhi di Dio. Deboli, fragili, mortali e minuscoli davanti all’immensità delle galassie e dello spazio, polvere nell’universo, ma immensamente amati … polvere preziosa, destinata a vivere per sempre.
Aiutaci a non rinnegare la nostra bellezza, la nostra unicità, la nostra figliolanza, per paura o per comodo. Ti chiediamo la grazia di saper accogliere il Tuo sguardo d’amore su di noi e, così guardati, cambiare vita.”
Numeri 20, 1-13a Ora tutta la comunità degli Israeliti arrivò al deserto di Sin il primo mese e il popolo si fermò a Kades. Qui morì e fu sepolta Maria. Mancava l'acqua per la comunità: ci fu un assembramento contro Mosè e contro Aronne. Il popolo ebbe una lite con Mosè, dicendo: «Magari fossimo morti quando morirono i nostri fratelli davanti al Signore! Perché avete condotto la comunità del Signore in questo deserto per far morire noi e il nostro bestiame? E perché ci avete fatti uscire dall'Egitto per condurci in questo luogo inospitale? Non è un luogo dove si possa seminare, non ci sono fichi, non vigne, non melograni e non c'è acqua da bere». Allora Mosè e Aronne si allontanarono dalla comunità per recarsi all'ingresso della tenda del convegno; si prostrarono con la faccia a terra e la gloria del Signore apparve loro. Il Signore disse a Mosè: «Prendi il bastone e tu e tuo fratello Aronne convocate la comunità e alla loro presenza parlate a quella roccia, ed essa farà uscire l'acqua; tu farai sgorgare per loro l'acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al suo bestiame». Mosè dunque prese il bastone che era davanti al Signore, come il Signore gli aveva ordinato. Mosè e Aronne convocarono la comunità davanti alla roccia e Mosè disse loro: «Ascoltate, o ribelli: vi faremo noi forse uscire acqua da questa roccia?». Mosè alzò la mano, percosse la roccia con il bastone due volte e ne uscì acqua in abbondanza; ne bevvero la comunità e tutto il bestiame. Ma il Signore disse a Mosè e ad Aronne: «Poiché non avete avuto fiducia in me per dar gloria al mio santo nome agli occhi degli Israeliti, voi non introdurrete questa comunità nel paese che io le dò». Queste sono le acque di Meriba… |
Riflessione
Continuiamo nel nostro viaggio nei libri della Bibbia, Parola di Dio data per noi. Dopo Genesi, dove Dio ci lascia il suo desiderio di una creazione bella e buona, di un’umanità che vive “di” e “in” relazione con la terra, con i fratelli e con Dio, di un uomo creato a Sua immagine, che può somigliargli, ma libero anche di sbagliare, comincia la grande narrazione dei “viaggi”. Mitica e simbolica narrazione del viaggio che è la vita di ognuno di noi. Tra tutti l’esodo, il viaggio dalla terra d’Egitto verso la terra promessa, dalla schiavitù verso la libertà. E Mosè è l’uomo che vediamo condurre il popolo e che possiamo seguire, conoscere nella sua intimità, passo, passo, per moltissime pagine e con lui rileggere anche il nostro viaggio personale.
Sottratto alla famiglia da neonato, allevato come un principe egiziano, a un certo punto si accorge della sofferenza di quelli che individua come “fratelli”, ma senza neppure il tempo di conoscerli, deve fuggire dopo aver ucciso un loro aguzzino. Quando torna, dopo 40 anni, è già il “leader” incaricato dell’uscita dall’Egitto. Non ha e non può avere con il suo popolo un rapporto di appartenenza facile: ha una famiglia, è legittimato dal messaggio divino che porta, ma è un estraneo con un aspetto egiziano (così lo vede perfino sua moglie Tsipporah al primo incontro, Es.2,19). È uno schiavo allevato da padroni, sia pur nel lusso.
È focoso e impulsivo ed è “lento di bocca”, balbuziente.
Fin dall’inizio della sua storia possiamo vedere che il cammino verso la libertà è un cammino fatto di tappe, di innumerevoli inciampi che chiedono ogni volta una nuova conversione. Occorre poter crescere nella libertà: chi meglio di colui che riconosce di essere uno schiavo può capirlo? Mosè impara a tacere, a delegare il “dire” al fratello Aronne, che riconosce essere più bravo di lui nel parlare. Si libera dalla necessità di essere il “condottiero” unico e al centro.
Mosè affronta un viaggio per strade che sono tortuose. Non appena fuori dal paese di Egitto, apparentemente libero, si trova davanti percorsi sbarrati da popoli nemici e deve necessariamente scegliere una strada lunga e faticosa, scendere lungo i deserti, arrivare fino alla punta della penisola del Sinai, per poi da lì cominciare a risalire. Si trova a viaggiare con il suo popolo, spesso ribelle, astioso, che lo lascia tante volte solo e mormora e si lamenta. Non si deve certo sentire bene nel guidare dei fratelli che lo avversano e gli parlano alle spalle! Mosè si libera dal suo proprio rimuginare e dal suo rammarico, dal desiderio di essere acclamato e ammirato e impara a pregare per i suoi fratelli, a intercedere per chi sbaglia, per chi fa del male anche a lui.
Nel viaggio Mosè impara a “nascondersi”, il viso sempre coperto quando è luminoso della luce di Dio. Impara a liberarsi della vanagloria, del bisogno di rivincita. Tiene il viso coperto quando brilla e tace. Lascia parlare Aronne.
Fa caldo in questo viaggio, manca l’acqua, manca il cibo e i giorni, i mesi, gli anni sono lunghi. Mosè impara a fidarsi. Chiede a Dio la soluzione, non la cerca da solo, non risolve ogni situazione, non combatte i nemici. Impara a liberarsi della voglia di tenere tutto sotto controllo, di essere l’artefice del cammino. Segue e tace.
Mosè deve spesso suo malgrado, ammonire i suoi fratelli, a volte duramente, deve punirli, deve rompere le pietre dell’alleanza. Si libera dal bisogno di essere amabile ad ogni costo, a costo della verità.
Nel brano di questa sera siamo quasi alla fine del viaggio. È passato tanto tempo, Mosè è cresciuto tantissimo nella sua libertà… È anziano e sembra essere “santo”. Cosa succede allora in questo brano? Perché Mosè non entrerà nella terra promessa?
Proviamo a leggerlo meglio. Muore sua sorella. Desolato, forse si sarà sentito ancora più solo. E la morte di persone care, di una sorella, ci riporta un po’ tutti a ricordare l’infanzia, a piangere sulle “nostre disgrazie”, a sentirci piccoli, a tornare un po’ bambini forse.
C’è l’ennesimo lamento rabbioso del popolo. Ne ha già affrontati tanti…. Eppure questa volta non obbedisce a Dio. Non parla alla roccia come gli viene chiesto, ma rabbiosamente la picchia due volte col bastone.
Da cosa non è ancora libero?
Colpisce che sia proprio l’ordine di “parlare” quello su cui Mosè inciampa. Balbuziente, lento di bocca. Il suo problema infantile, una debolezza ancora non accettata, il problema che fin dall’inizio della missione gli fa tremare i polsi. Forse ha paura di fallire Mosè questa volta, perché lui balbetta. Non si fida di sé stesso e così crolla anche per un momento la sua fiducia in Dio. E risolve la questione a suo modo, con le sue forze.
L’acqua esce dalla roccia…. Forse il popolo neppure capisce che Mosè non ha obbedito. Solo acqua volevano e acqua hanno avuto. Non importa il come. Il viaggio prosegue, ridiscendendo verso il Mar Rosso per poi risalire costeggiando i paesi abitati per non combatterli; Mosè obbedisce, e finalmente dal monte Nebo, di fronte a Gerico, si vede la terra promessa, la terra di Canaan.
Ma qui il Signore parla di nuovo a Mosè “Tu vedrai il paese davanti a te, ma là, nel paese che io sto per dare agli Israeliti, tu non entrerai!» (Dt 32,52). Nell’ultima parte del viaggio Mosè avrà pensato a quanto successo a Meriba? Aveva capito?
Quello che è certo è che qui, di fronte alla Terra promessa in cui non entrerà, Mosè compie l’ultimo pezzetto del suo viaggio di conversione e diventa libero, libero e autentico, pronto a ricevere il “bacio di Dio” nella sua morte.
Lascia il comando a Giosuè, contempla la terra promessa da lontano e accetta.
Ha portato il suo popolo fino a lì e consegna la libertà ad altri forse perché la libertà non è tale se la possiedi solo per te, ma è libero davvero chi ha il coraggio di dare la sua vita per il bene degli altri.
Mosè ora è libero davvero. Libero dalla necessità di “possedere” la meta, contento del viaggio, ha accettato le sue debolezze e anche quelle di Giosuè, che sicuramente non è “alla sua altezza”.
E libero si abbandona alla morte. Lo ritroveremo nella Trasfigurazione, accanto a Gesù sul monte. Non è una punizione questa. È l’ultimo aiuto che Dio offre perché Mosè raggiunga la libertà piena.
Perché così ci vuole il Signore nostro Dio; liberi di essere noi stessi, liberi di essere fragili, deboli, impotenti, mancanti, liberi di non essere “onnipotenti”, di non poter risolvere tutto, liberi dall’ansia da prestazione, liberi dal bisogno di apparire, di contare, di dover essere leader o condottieri.
Svincolati dal risultato, liberi di stare nel momento, nella condivisione, nella fraternità. Liberi.

Silenzio (facciamo un tempo di silenzio volendo facendoci accompagnare da Ludovico Einaudi – I giorni https://www.youtube.com/watch?v=Uffjii1hXzU)
Preghiamo il Salmo 81
Esultate di gioia in Dio nostra forza, acclamate il Dio di Giacobbe,
intonate un canto, suonate i tamburelli con melodie di arpa e di cetra
suonate il corno al novilunio al plenilunio, per il nostro giorno di festa.
È questa una norma per Israele una decisione del Dio di Giacobbe
insegnamento stabilito per Giuseppe quando uscì dalla terra di Egitto. Ora ascolto parole sconosciute:
«Ho liberato le tue spalle dal carico, le tue mani hanno deposto il gravame
nell’oppressione mi hai chiamato: ti ho liberato, ti ho dato risposta, nascosto nel tuono ti ho messo alla prova alle acque di Meriba.
«Ascolta, popolo mio, ti scongiuro o Israele, se tu mi ascoltassi!
non ci sia in mezzo a te un altro dio non adorare un dio estraneo.
«Io, il Signore, sono il tuo Dio ti ho fatto salire dalla terra di Egitto, apri la bocca e io la riempirò!
«Ma il mio popolo non ascolta la mia voce Israele non vuole ubbidirmi lo abbandono alla durezza del suo cuore e vada secondo i suoi progetti!
«Oh, se il mio popolo mi ascoltasse se Israele camminasse nelle mie vie!
in un istante umilierei i suoi nemici sugli oppressori volgerei la mia mano.
«I nemici del Signore gli sarebbero sottomessi la loro ora passata per sempre
lo nutrirei con fiore di frumento lo sazierei con miele dalla roccia»
Ascolta, popolo mio, ti scongiuro o Israele, se tu mi ascoltassi!
Gloria al Padre …
Padre nostro ...
Per pregare ancora
Dammi, Signore, un’ala di riserva!
Voglio ringraziarti Signore,
per il dono della vita;
ho letto da qualche parte
che gli uomini hanno un’ala soltanto:
possono volare solo rimanendo abbracciati.
A volte, nei momenti di confidenza,
oso pensare, Signore,
che tu abbia un’ala soltanto,
l’altra la tieni nascosta,
forse per farmi capire
che tu non vuoi volare senza di me;
per questo mi hai dato la vita:
Perché io fossi tuo compagno di volo,
insegnami, allora, a librarmi con Te.
Perché vivere non è trascinare la vita,
non è strapparla, non è rosicchiarla,
vivere è abbandonarsi come un gabbiano
all’ebbrezza del vento,
vivere è assaporare l’avventura della libertà,
vivere è stendere l’ala, l’unica ala,
con la fiducia di chi sa di avere nel volo
un partner grande come Te.
Ma non basta saper volare con Te, Signore,
tu mi hai dato il compito di abbracciare anche il fratello
e aiutarlo a volare.
Ti chiedo perdono, perciò, per tutte le ali che non ho aiutato a distendersi,
non farmi più passare indifferente
vicino al fratello che è rimasto con l’ala, l’unica ala,
inesorabilmente impigliata nella rete della miseria e della solitudine
e si è ormai persuaso
di non essere più degno di volare con Te.
Soprattutto per questo fratello sfortunato dammi,
o Signore, un’ala di riserva.
(Don Tonino Bello)



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