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  • Immagine del redattoreFopponino Milano

Preghiera comunitaria - 6° incontro

Qui puoi trovare il testo della preghiera del sesto incontro di preghiera comunitaria mensile.

Ti aspettiamo martedì 9 aprile 2024, in Chiesa, alle ore 20.45


Parrocchia S. Francesco d’Assisi al Fopponino

in preghiera


Il perdono,

un cammino di liberazione



 “La condizione umana II” (1935) - Magritte, collezione Simon Spierer di Ginevra.

(l'immagine è stata presa dal web, i diritti appartengono al proprietario)


“La grazia di riconoscersi debitori “  


Martedì 9 Aprile 2024

Ore 20,45


ENTRIAMO IN PREGHIERA

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo

(facciamo un segno della croce ampio, che prenda il nostro corpo come un abbraccio )


Cerchiamo il silenzio nei nostri cuori e nelle nostre menti, ascoltiamo il nostro respiro, la vita che scorre in noi, rilassiamo i muscoli contratti, le tensioni nel viso e nelle mani, lasciamo gentilmente andare i pensieri che ci danno fastidio, ogni volta che tornano. Troviamo una posizione confortevole che ci aiuti a stare, presenti a noi stessi e al Signore, nostro Dio.


Invochiamo insieme lo Spirito Santo lasciando che lo Spirito parli in noi e per noi.


  • Signore, ti preghiamo di darci in dono stasera lo Spirito Santo, per poter orientare tutti noi stessi all’ascolto di ciò che vorrai sussurrare a ciascuno di noi.

  • Aiutaci a far silenzio intorno e dentro di noi, a trovare lo spazio dove stare solo con Te. Donaci la percezione del Tuo sguardo di amore su di noi.


Continuiamo il nostro viaggio di preghiera con Magritte come compagno.

“La condizione umana”, il titolo dato da Magritte a due suoi dipinti, ci interroga profondamente con la sua surrealista poetica bellezza. Il quadro che contempliamo questa sera, il secondo dell’opera, ci porta a dover decisamente realizzare l’ambiguità della percezione alla quale è sottoposto lo sguardo di ogni osservatore, ogni nostro sguardo.

Una stanza di cui non vediamo nulla, con una porta a forma di arco che apre la vista su una spiaggia. E un cavalletto che sostiene una tela. Sulla tela è rappresentato quanto c’è fuori dalla stanza, o quanto immaginiamo sia fuori dalla stanza. Dietro al cavalletto infatti, almeno nella sua parte destra, c’è un muro, che necessariamente impedisce lo sguardo sulla realtà nella sua verità.

Sulla tela c’è quello che noi vediamo del mondo.

“E’ così che vediamo il mondo: lo vediamo come al di fuori di noi anche se è solo una rappresentazione mentale della nostra esperienza di esso dentro di noi”. (Parafrasi da Magritte)

Magritte ci aiuta a riflettere sulla percezione umana, che oscilla tra rappresentazione immaginaria e realtà. Ci insinua un sano dubbio sul fatto che quanto rappresentiamo come visione di noi e del mondo intorno a noi sia fedelmente realtà, oppure no. Potrebbe esserci una barca dietro a quel muro, una barca che solca le onde, o un gabbiano che vola, oppure una palma sulla spiaggia, o dei bambini che giocano a palla, o due innamorati che si baciano oppure due uomini che litigano per una questione di affari, o venditori ambulanti …. Potrebbe esserci molto che non vediamo perché la nostra rappresentazione della realtà è un’immagine parziale che tende a dare conferma a ciò che noi immaginiamo.

La sfera nera sul pavimento, dentro la stanza dove noi dovremmo essere, poi, sembra priva di senso. Immagine proiettata da noi o realmente presente?

Guardiamo questo quadro. Cosa è vero?

Magritte ci sollecita a riflettere sulla condizione umana; l’uomo è immagine di Dio, ma non è Dio. Ha dei limiti. Ci sollecita a mettere in dubbio il nostro sguardo autoreferenziale sul mondo che ci circonda, su noi stessi, sui nostri fratelli. Senza una luce “altra”, senza qualcuno che veda da un punto di vista senza tempo e senza spazio, senza un “Altro sguardo”, forse, ciò che vediamo della realtà resterà per sempre una visione parziale di quello che è. Chiediamo allora questa sera l’umiltà di mettere in dubbio le nostre convinzioni su quanto ci accade intorno e su noi stessi e la grazia di avere una Luce dall’alto che illumini la nostra verità.

  • Spirito Santo donaci l’umiltà di riconoscerci “limitati”, negli occhi e nel cuore, e la grazia di poter aprire a Te il nostro sguardo perché ci mostri la verità.

  • Spirito Santo, donaci la grazia di sentirci immensamente perdonati e sempre in debito, di provare dolore sincero per le nostre mancanze, per imparare a perdonare.

  • Spirito Santo donaci la consapevolezza delle nostre pulsioni distruttive, così che possiamo trasformarle volutamente in intenzioni di bene.

Facciamo silenzio dentro di noi e lasciamo che lo Spirito ci guidi (facciamo un tempo di silenzio volendo facendoci accompagnare da Ludovico Einaudi – Experience https://www.youtube.com/watch?v=O9wjmEhMKFw)


Dal Vangelo di Matteo 18:21-35


Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.” A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello»


Riflessione

Torniamo ad un brano che abbiamo già pregato a gennaio, quest’anno.

Ci eravamo fermati sulla domanda che Pietro rivolge a Gesù e sulla necessità di cambiare sguardo. Avevamo a lungo considerato l’immenso debito che questo Re del regno dei cieli condona al primo servo. Un debito di 10.000 talenti. La cifra imposta come contributo all’impero Tolemaico da Scipione l’Africano, che manda in bancarotta la maggior potenza del Vicino Oriente e lascia Giudea e Galilea in mano ai Romani. L’equivalente di 360 tonnellate di oro. 200.000 anni di lavoro.

Eppure, quel servo, “appena uscito”, libero, lui e la sua famiglia, senza più alcun debito da pagare, si accanisce con estrema durezza, crudeltà, quasi sadismo contro un servo come lui. E, per un debito infinitamente più piccolo del suo, lo “fa gettare in carcere”.

Cosa è successo?

Sembra incomprensibile. Non avrebbe dovuto essere esultante e pieno di gioia? Non avrebbe dovuto essere sereno, progettare un nuovo futuro, una nuova vita? Non avrebbe dovuto essere commosso e grato fino alle lacrime? Non avrebbe dovuto essere così riconoscente e felice da avere il desiderio di festeggiare con tutti coloro che stavano con lui e a sua volta di dare?

Eppure non è così.

Si accanisce per un debito piccolo, per 100 denari. In rapporto a quello che lui doveva al suo Re, siamo nell’ordine di 1:600.000. Circa 4 mesi di lavoro contro 200.000 anni!

Ma perché?

Proviamo a immaginarci cosa possa essere accaduto nel cuore di quest’uomo.

Forse non ha minimamente riconosciuto che era un debitore.

Forse ha ritenuto che il suo debito, se proprio c’era un debito, fosse qualcosa che poteva estinguere da solo, con le sue forze e la sua buona volontà (abbi pazienza, Signore, lo salderò. Ma come può pensare di saldare un debito del genere??)

Forse ha creduto che il debito che il Re gli inputava fosse ingiusto, che un re che fa i conti sia un despota.

Forse ha pensato che il suo debito fosse colpa degli altri, di chi ha debiti con lui.

Forse si è sentito umiliato e per questo molto arrabbiato.

Forse non si sente affatto servo come il servo che ha davanti. Forse …. Ognuno di noi può immaginare e un po’ riflettersi in questo servo.

Riconoscersi debitori e peccatori è difficile. Quante volte ci pare di non avere nulla da “confessare” , da “ restituire” agli altri e a Dio Padre?

Riconoscersi debitori e peccatori è una grazia. Siamo debitori anche dello sguardo che abbiamo su noi stessi. Siamo incapaci di vedere le nostre mancanze e spesso anche l’amore che ci viene dato. Per questo preghiamo sempre all’inizio di questa preghiera comunitaria che lo Spirito Santo ci “doni la percezione dello sguardo di amore di Dio su di noi”. È una grazia. È un dono.

Per essere misericordiosi verso gli altri sono necessari due atteggiamenti, ci dice Papa Francesco: “conoscere sé stessi” nella verità e “provare dolore” quando siamo delle maschere camuffate invece di essere la meraviglia per cui siamo stati creati.

Il dolore sincero per i nostri debiti / peccati apre il cuore, lo allarga perché dà lo spazio al Signore di perdonarci e ricostruirci, di mettere in noi un cuore di carne, grande, al posto del nostro piccolo, rigido cuore di pietra. E un cuore largo, grande, saprà perdonare ed essere misericordioso tanto quanto è stato perdonato.


Silenzio . (facciamo un tempo di silenzio volendo facendoci accompagnare da Ludovico Einaudi – Experience https://www.youtube.com/watch?v=O9wjmEhMKFw)


Preghiamo insieme il Salmo 32


Beato l’uomo assolto dalla colpa

perdonato dal peccato


beato l’uomo a cui il Signore non imputa la trasgressione

e nel cui spirito non c’è inganno.


Finché tacevo, si consumavano le mie ossa

e ruggivo tutto il giorno,

la tua mano pesava su di me di giorno e di notte

si inaridiva il mio vigore come nell’arsura dell’estate.


Allora ti ho manifestato il mio peccato

non ho nascosto la mia colpa,

ho detto: «Confesserò contro di me

le mie rivolte verso il Signore»

e tu hai portato la colpa e il mio peccato.


Così ti prega ogni fedele nell’ora decisiva,

se irromperanno acque torrenziali non lo raggiungeranno,


tu sei per me un rifugio: mi liberi dall’angoscia

mi circondi con canti di liberazione.


«Ti istruisco e ti indico la via da seguire

ti darò consiglio vegliando su di te:

non essere come il cavallo e il mulo

privi di discernimento

soltanto con morso e briglie sono domati».


Rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti

retti di cuore gridate di gioia.



Gloria al Padre …

           

Libera condivisione


Padre nostro ...


Benedizione


Per pregare ancora

Dalla catechesi di papa Francesco in “Fratelli tutti”


Ricominciare dalla verità


Quando il Papa parla dei percorsi di pace possibili tra individui, gruppi umani, nazioni, non esprime un pio desiderio ma si riferisce a processi lunghi e faticosi che impegnano strenuamente gli uomini e le donne disposti a impegnarvisi. Li chiama “artigiani della pace” a sottolineare le doti di perizia, competenza, costanza, perseveranza che il cammino dei negoziati richiede. Lo sfondo nel quale si è esortati ad accingersi a questo lavoro è quello che il Papa chiama “verità”, la visione più lucida possibile di quanto è successo dalle varie prospettive delle parti in gioco, senza paura, senza remore, senza bugie o occultamenti e la consapevolezza dei sentimenti profondi che animano le persone, i gruppi, le nazioni preda dei conflitti. A partire da questa convinzione il negoziato non ha la finalità di ripristinare la condizione precedente al conflitto ma quella di creare le condizioni per un incontro di tipo nuovo.

[226]“Nuovo incontro non significa tornare a un momento precedente ai conflitti. Col tempo tutti siamo cambiati. Il dolore e le contrapposizioni ci hanno trasformato… Quanti si sono confrontati duramente si parlano a partire dalla verità chiara e nuda. Hanno bisogno di imparare ad esercitare una verità penitenziale, capace di assumere il passato per liberare il futuro dalle proprie insoddisfazioni, confusioni e proiezioni. Solo dalla verità storica dei fatti potranno nascere lo sforzo perseverante e duraturo di comprendersi a vicenda e di tentare una nuova sintesi per il bene di tutti. …Il processo di pace è un impegno che dura nel tempo. E’ un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia che onora la memoria delle vittime e che apre, passo dopo passo, a una speranza comune più forte della vendetta. …Gli accordi di pace sulla carta non saranno mai sufficienti. Occorrerà andare più lontano, includendo l’esigenza di verità sulle origini delle crisi ricorrenti.” Le persone, i gruppi, i popoli “hanno il diritto di sapere che cosa è successo…[227]Ogni violenza commessa contro un essere umano è una ferita nella carne dell’umanità; ogni morte violenta ci diminuisce come persone. La violenza genera violenza, l’odio genera altro odio, la morte altra morte. Dobbiamo spezzare questa catena che appare ineluttabile.”


 





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